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“Bisogna vagliare ogni opzione con estrema cautela perché questa volta non sono ammessi errori sul tema delle pensioni – afferma il Presidente Nazionale dell’Epas, Denis Nesci – gli italiani avranno forse perdonato delle valutazioni sbagliate commesse in passato ma questa volta non basteranno le lacrime di un Ministro per placare le polemiche su passo falso quando in gioco c’è un tasto delicato come quello delle pensioni anticipate; questa volta – continua il Presidente Nesci – bisognerà lavorare su un testo condiviso tra istituzioni e Governo, un testo che possa prima di tutto trovare una soluzione agli esodati e ai disoccupati ad un passo dalla pensione”.
Esodati, opzione donna, flessibilità, finanza, sono tanti gli elementi da considerare e il tempo ormai stringe sulla decisione da prendere su uno dei temi più importanti da discutere nelle aula istituzionali nel post vacanza. Difficilmente si riuscirà a fare peggio della Legge Fornero per ciò che concerne la flessibilità in uscita anzi, si sta lavorando proprio sulla correzione di quest’ultima al fine di mettere un punto definitivo alle ripercussioni che purtroppo coinvolgono ancora circa 49 mila cittadini.
Tra le ipotesi al vaglio c’è quella di poter anticipare a 62 anni, invece che agli attuali 66 anni e tre mesi l'uscita in pensione, una manovra che avrebbe delle penalizzazioni dal 2 per cento per ogni anno e, qualora fosse esercitata per quattro anni, comporterebbe una penalizzazione dell'8 per cento. Altro punto cruciale riguarda l’opzione donna: per le lavoratrici del settore privato, consentirebbe di andare in pensione con 57 anni d’età e 35 di contributi, ma con tutto l’assegno calcolato col metodo contributivo, ciò comporterebbe però una perdita media del 25-30%.
E poi ancora, l’introduzione dell’Asdi ad integrazione della Naspi, per prolungare la durata della disoccupazione, un beneficio per i lavoratori disoccupati in procinto di andare in pensione.
Naturalmente ogni decisione dovrà essere vagliata attentamente, perché la manovra avrà dei costi sulla spesa pubblica che rischiano di inclinare la bilancia già di per sé instabile, mettendo in discussione altre voci fondamentali per l’economia del nostro Paese.